La Giungla – Catarsi

La sensazione di sopraffazione non faceva che crescere. Premeva contro il mio petto, martellava nella mia testa. Mi sentivo ingabbiato, costretto in una camicia di forza che la società mi aveva ben stretta intorno.  

Tutto era falso e la sua falsità non faceva che acuire il mio dolore. Avevo scelto io vita, oppure la mia intera esistenza non era che il risultato di forze contro le quali non potevo combattere?  

Era tutto sbagliato, foriero di un dolore sottile e permeante, che ormai era parte integrante della mia intera struttura psichica. Mi veniva da piangere e non avrei neppure saputo dire perché. L’unica cosa che potessi affermare con certezza era la mia mancanza di felicità.  

Volevo urlare, ma chi mai avrebbe potuto sentirmi, chiuso nella mia invisibile cella? Chi avrebbe potuto aiutarmi, così stretto in quella camicia di forza che bloccava la mia mente?  

Mi trascinai a casa, cercando di ripararmi dalle luci sfavillanti delle strade, dalle loro lusinghe indecenti, dai loro canti di sirena che indicavano una gioia al led e policarbonato. Una gioia finta, da copione e set cinematografico.  

Possibile che il mondo intero non si accorgesse di quanto tutto ciò fosse stupido e ingiusto? Raccontateci la verità! Ditecelo chiaramente: vi abbiamo strappato alla giungla non perché foste più felici, ma solo per mettervi in uno zoo. Quella che chiamiamo civiltà non è altro che una prigione.  

Entrai in casa, in quella casa perfetta, con quel profumo di lavanda e i soprammobili simmetrici. Mi guardai intorno, sentendomi in un ambiente estraneo. Ed ostile. I mobili di un bel legno chiaro, le pareti pastello con pochi quadri, le mie fotografie. Come di un avatar, una maschera vuota che mi assomigliava solo esternamente.  

Scoppiai in lacrime. Afferrai uno di quegli stupidi soprammobili e lo scagliai contro una delle fotografie. L’esplosione del vetro e della ceramica fu più fragorosa di quanto mi aspettassi e mi dette una gioia inaspettata. Per un breve istante, mi sentii libero.  

Cominciai a lanciare e rovesciare tutto, e più distruggevo più mi sentivo libero. Vandalizzare la mia stessa casa assurgeva a simbolo della mia ribellione, e della mia rinascita. Io non ero ciò che avevo, non ero la casella che la società mi aveva riservato.  

Scoppiai a ridere, alla vista dell’appartamento devastato. Di tutti quei beni, ambiti e sudati, che erano tornati ad essere la polvere che erano sempre stati. Delle immagini che avrebbero dovuto celebrare i miei momenti migliori ormai perdute, come attimi che scorrono del tempo.  

Ero libero da tutto. Mi sedetti nel centro della stanza, dopo aver spostato con i piedi una sedia sfasciata. Mi guardai intorno, osservai con attenzione quella giungla, che era così priva di ordine e di catene. Ed era bellissima.  

Estate

Il sole si specchia e si confonde nel bianco del mio libro, avvolge la spiaggia di ardente calore.
Il mare canta la sua eterna nenia, assonnato e placido. Figure aliene e pacchiane invadono la spiaggia, coi loro grandi borsoni colorati. Un bambino gioca scavando la sabbia, rapito nell’estasi della materia e dell’invenzione.  
Al bar tribù di ragazzi carichi pieni di energia intrecciano amori immaturi come ciuffi di alghe verdi straccate dal mare.
Un vecchio sta immobile al sole e anziane signore chiacchierano tra loro.
Ci guardano i monti martiri del marmo. Osservano il mare, accarezzano il cielo.
Come ombre passano i figli sfortunati di questo mondo ingiusto, in cerca di un po’ della nostra abbondanza. Coloro che nacquero dal lato sbagliato d’un confine o d’un sistema.
La brezza culla i miei pensieri mentre io, spettatore distratto, scruto una nuvola altissima. Sembra non dover mutare mai, come una pennellata nel cielo. Invece è effimera come l’attimo che chiamiamo felicità.

Vita!

Corro tra gli alberi come il vento
Libero come le nuvole che non hanno patria
Spezzando le catene dei miei pensieri
Nessun domani come padrone
Nessun ieri come laccio

L’orizzonte si apre infinito sul mare
L’insegue il cuore dietro la prua
Il mio destino si chiama desiderio

Senza fiato mi tuffo nel sole
Mi rinfresca questa libertà
Non voglio fermarmi più
Non voglio dormire mai

Voglio solo vita!

A perdifiato

E’ difficile concentrarmi 
impossibile sognare 
al mattino non so trovare 
un motivo per alzarmi 
Com’era essere amato? 
Ormai l’ho dimenticato

Rit.:
Ma tu sei la canzone 
che canto a perdifiato 
In mezzo a mille persone
il più bel luogo dove sono stato
Il vento che porta via tutto
E sferza il mio deserto 
Perché ero debole e distrutto
Ma ora sono mare aperto

La notte non riesco dormire 
sarà questa insicurezza 
che mi impedisce di uscire 
la mia inadeguatezza
Fanno male le luci spente 
Fa male questo senso di niente 

Rit.

Quante volte volevo morire 
Per dimenticarmi di lei 
Quanti giorni per guarire 
Quante cose che vorrei 
Prima tutto mi sembrava finito 
e invece adesso canto a perdifiato

Rit. (x2)

Se solo…

Se solo potessi prendere il sole
Per scaldarti il cuore
Nei giorni di vento 

Se solo riuscissi a porgerti la luna
Per illuminare la tua pelle morbida
Nelle notti d’un agosto di passione

Se potessi farmi vento per accarezzare
Il tuo viso di bimba
Spesso salato di lacrime 

Se solo potessi fermare il tempo
Per vivere ancora insieme quest’istante perfetto
Senza paura che muoia come un battito d’ali
D’effimera farfalla 

 

 

Sehnsucht

La strada scorreva lentamente nel vasto deserto di roccia che la jeep attraversava senza fretta. Una fresca aria di mare, umida e carica di profumi, permeava l’abitacolo. L’immensità delle montagne opprimeva il paesaggio alla mia sinistra, dominandolo con la sua immensa massa scura solcata da infinite vene d’acqua bianca. Di contro, alla mia destra si apriva l’infinita distesa dell’oceano che con la sua terribile grandiosità, mi donava una sensazione di solitudine perfetta. Continua a leggere “Sehnsucht”

Ikigai – Una storia bohémienne

René si svegliò per il freddo, accorgendosi con grande disappunto di essersi addormentato con la finestra semiaperta.
Si alzò faticosamente dalla sedia, guardò con tristezza il braciere ormai spento e andò a chiuderla, tutto infreddolito.

Gli inverni parigini sono assai rigidi, ma René veniva dal nord ed era abituato a ben di peggio. Come molti altri sognatori bohémien aveva inseguito il suo sogno nella Ville Lumière. Sperava in una vita d’arte, di poesia e d’amore, ma era finito in un freddo sottotetto a combattere con i topi e con la fame.

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Storia di un impiegato

Narrami, o dea del probabile,
Dell’eroico albero della plastica
che tutti nutre, che tutto crea.

Cantami del suo cuore di pistoni,
Delle radici che reggono il mondo.
Mostrami le catene d’oro
Che ornano infine i nostri polsi
E il collare che ci guida sulla retta via.

Ah! Quanti contanti, quante meraviglie!
Costruimmo imperi d’uffici su inutili fiori
E fabbriche e banche e negozi
Su merci senza mercato, senza valore.

Da fiumi e nuvole e rondini e amore,
Oh albero sacro tu ci hai liberato!
Spegni, ti prego, la fiamma dispettosa
Che talvolta ci distrae dal lavoro
Per indicarci un cielo vuoto e un mare folle.

Proteggici stretti nelle tue operose radici,
Non abbandonarci in balia della vita!

POESIA VINCITRICE DEL PRIMO PREMIO AL CONCORSO SCRITTURE DA STRADA – III ED. 2018

Da questa poesia è nata una collaborazione con l’illustratore Federico Bria, pubblicata su AA.VV., Street Book Magazine n. 9-2018. Illustrazione di Federico Bria. (Leggi gratis qui la versione online, scarica gratis qui il pdf).

Illustrazione di Federico Bria